È una trama semplice di una storia complessa quella della pellicola di Scorsese, il quale come suo solito (da Taxi Driver in poi) racconta nitidamente le elementari conseguenze di un dramma.
Siamo in Oklhaoma nei ruggenti anni venti e i nativi Osage scoprono che il petrolio trabocca dalle loro Grandi Pianure. Nel giro di qualche anno diventano il popolo più ricco al mondo. Nel giro di qualche mese quello più asserragliato dalla legge e in men che non si dica quello su cui si riversa l’avidità americana…
La modernità capitalistica annienta. Questa è una tesi sulla quale ci si ritrova a concordare dai tempi della rivoluzione industriale, ma l’esercizio di Scorsese è raccontarci tutti i territori di scontro: lingua, spiritualità, rapporto con la natura e dignità umana.
Il primo terreno di scontro è linguistico. Gli americani lo combattono con valanghe di rumori, fiumi di retorica, “parole da merlo”. Gli indiani lo combattono con la purezza dei suoni, con interminabili silenzi eloquenti. L’intento è chiaro: la lingua dell’onestà ha un repertorio essenziale, la lingua dell’imposizione ha un repertorio apparentemente infinito, realmente finitissimo.
Siccome le parole ci rappresentato, lo scontro passa inevitabilmente sul terreno della spiritualità. Così, mentre i colonizzatori si purificano l’anima in iniziative di autoindulgenza collettiva, dando vita a rituali retorici di espiazione che poi si traducono sempre in donazioni in denaro; la spiritualità degli Osage è un rituale collettivo, non di purificazione, ma di condivisione di valori comunitari e connessione con la natura.Così quando Ellie si ferma, rispettosa e silente, ad ascoltare il cielo piovere e tuonare, il suo civile marito americano non riesce a riempire il tempo ed è vinto dall’impazienza dell’agire, la smania del fare; mettendo alle strette sua moglie, immersa nell’esperienza dell’essere.
Dal momento che la spiritualità costituisce la dignità dell’individuo, il teatro di scontro si fa antropologico, profondamente umano. Lo scontro è tra vecchi imprenditori che lasciano la vita consigliando ai propri figli di lucrare sempre meglio e vecchi sradicati dalla loro tradizione e che in punto di morte non hanno nemmeno il “privilegio” di poter scegliere come e dove morire (è il caso della madre di Ellie).
La (poca) dignità passa anche dalla (mancata) responsabilità. Sul finale, i biondi conquistadores riscrivono una propria narrazione di errori necessari e giustificabili. Nessuna ammissione di colpa. Solo elegante vigliaccheria di brigata.
Cosa succede, però, quando la dignità deve fari i conti con i conti? Cosa succede quando all’interno della stessa brigata è il momento della spartizione del bottino? L’avidità genera invidia e l’invidia inizia a seminare vendetta e morte. Il nemico è interno e ben configurato. Ha un nome, un cognome e un portafogli che non deve mai essere più gonfio del proprio.
Cosa succede, invece, quando la dignità deve fare i conti con l’assenza di conti? Cosa succede quando all’interno di un popolo, oltre al denaro, inizia a scarseggiare l’identità? Vendetta? No, giustizia! La sete di giustizia però può allucinare i cuori e trasformarsi in giustizialismo e vendetta. E’ il dramma degli Osage.
Il pericolo, a differenza di quanto accade nella bionda brigata, è esterno e soprattutto non è nemico “per qualche dollaro in più”, ma per ragioni assai più dignitose. L’esterno, tuttavia, è fatto di colonizzatori che ormai sono divenuti mariti, figli, nipoti…
Il bersaglio, così, si nasconde, si dilegua, si disperde. Non è più identificabile. Il bersaglio non c’è più, ma è ancora significativamente presente. Sempre di più!
“Un tempo, almeno, avevamo qualcuno con cui prendercela”, nella frase di uno dei rappresentanti dei saggi Osage c’è tutto il dramma di un popolo.
La giustizia non c’è, ma sul finale sembra intravedersi la speranza.
In una natura snaturata dalle industrie danzano in cerchio gli Osage, che a quel punto della Storia hanno perso tutto, tranne la solidarietà comunitaria. Tra molte rovine e pochi fiori i nativi sfoderano la lama della speranza ed incidono, senza far vittime, la Storia. La loro Storia.
-Mario Martino
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