Una volta imparata l’arte del volo, il nido ci sta stretto. C’è troppo cielo per non partire e allora partiamo. Per motivi e necessità diverse, voliamo. Scopriamo nuovi pezzi di cielo, troviamo rifugio, amore o calore presso altri nidi; talvolta scegliamo di covare e allevare (non per forza figli) presso nuovi nidi, col nostro nido addosso, dentro. Il nido, infatti, ognuno lo porta con se e, volente o nolente, lo mostra nelle caratteristiche, nelle tradizioni e nelle abitudini del suo volo. Il nido è troppo evidente. Il nido non si può nascondere. Mai.
Se è vero che il nido, dopo aver imparato a volare, d’improvviso sta stretto; è altrettanto vero che dopo i primi entusiasmi o le prime necessità, alcuni uccelli, per una infinità di motivi, desiderano tornare. A poche ore dal mio ennesimo volo dal nido, avverto un inquieto vortice di sentimenti: rabbia, smarrimento, paura, ansia e dolore. Vorrei sentirmi libero di non partire, ma non lo sono. Non sono più libero di non volare ed anche questa è una forma di prigionia.
Ora che sono padrone del volo, son rimasto schiavo dei venti.
Ho visto un sacco di posti, fatto un cielo di incontri e goduto di un mare di nidi. Ho altri caldi e amorevoli nidi che mi aspettano e mi aspetteranno, ma adesso, è solo nel mio nido che vorrei poter rimanere, tra i miei alberi, accanto alla mia famiglia, in mezzo ai miei amici e potermi godere tutti i miei affetti (alcuni ora così precari che non so se potrò godermeli al prossimo rientro).
Vorrei poter restare, con tutto me stesso. Oggi non desidero altro.
No, non c’è nulla di encomiabile nella mia volontà, niente di ammirevole nei miei ritorni; niente di logico nei miei voli.
Non esiste niente di romantico nel mio dramma. Sono solo un uccello ferito, non il solo, non il primo, non l’ultimo; sotto i raggi scuri di un Mezzogiorno sbagliato.
Oggi c’è il suono di sempre nel vento, il suono di quando mi allontano. Un suono che bisbiglia “ti odio” e urla “ti amo”…

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