Una tenuta fuori dalla città, immersa in venticinque miglia di rigogliosa natura, lambita dalle acque del fiume. Godersi la quotidianità deve essere idilliaco, tra un tuffo in piscina e una colazione tra i fiori, a patto che non si alzi mai lo sguardo oltre lo steccato e che il fastidioso rumore degli spari, le urla di morte di uomini, donne e bambini, il tenebroso verso delle fornaci e il persistente andirivieni dei treni si riesca a relegare entro le frequenze dell’ipocrisia.
Nella interessengebiet (zona di interesse) più della banalità del male è drammatico osservare la quotidianità del male.
La pluripremiata pellicola di Glazer ci introduce nel contesto narrativo con un lungo buio iniziale accompagnato da nitidi suoni di morte (fucilazioni, urla, comandi ed ultimatum), i quali, a ragione, sarebbero poi valsi l’Oscar per il miglior sonoro. Il monito è chiaro e da quel momento nessuno spettatore riuscirà a valutare il film su ciò che si vede, senza considerare ciò che si sente…
Per tutta la durata del film, la morte non si vedrà mai, ma non è possibile smettere di sentirla nemmeno per un secondo. Neanche Rudolf Höß, a comando del campo di concentramento adiacente ad Auschwitz smetterà mai di sentirla, nemmeno sua moglie Hedwig e neppure i loro cinque bambini, i quali, delle volte, se la ripetono a letto prima di addormentarsi. Come un ritornello, come una melodia alla quale ci si abitua e peggio ancora si può essere educati.
A convivere con la morte, la famiglia Höß è palesemente già abituata da un po’. Tanto abituata che per i più grandi della famiglia è divenuto addirittura fastidioso sopportare che mentre si assista all’amichevole di calcio tra gli alleati italiani - che a quei tempi prima del fischio d’inizio salutavano a braccio teso! - e la Spagna, qualche nuovo carico possa arrivare, qualche collega fucilare o qualche ebreo morire. Per i piccoli di casa, l’abitudine al male è uno dei primi e necessari insegnamenti, tanto che il fratello maggiore gioca a rinchiudere il più piccolo nella serra ed emettere con superba soddisfazione il suono dei rubinetti del gas.
Nello specifico, Rudolf alla sua personale abitudine è giunto attraverso il rigoroso ed impeccabile rispetto di richieste disumane divenute, fotogramma dopo fotogramma, normalissime consuetudini lavorative. Obblighi di servizio. Procedure d’ufficio. Così, gli argomenti delle sue discussioni telefoniche sono confronti tecnici sul funzionamento del crematorio ad anello (da lui brevettato) o sulla capacità produttiva dei forni. Che il funzionamento del crematorio significhi un mancato funzionamento della propria umanità o che la capacità produttiva dei forni sia in realtà capacità distruttiva, sono considerazioni che a questa altezza del film (e a quell’altezza storica) già non disturbano più i cuori di uomini divenuti operai in carriera, impeccabili tecnici della morte.
“Sì, Rudolf si trova bene, gli piace. Lavora molto. È un’ape operaia”, racconta, infatti, la signora Hoss a sua madre in visita. “Stiamo vivendo anche meglio di come contavamo di vivere. Questa è la casa dei sogni”. Dalle parole di Hedwig emerge un certosino lavorìo di ipocrisia e cinismo. Un lungo esercizio di precaria imperturbabilità. La ginnastica dell’indifferenza. Un patto col diavolo.
La donna di casa Hoss, vestale della zona di interesse, ricama metodicamente sul male e ricama fiori bellissimi, tanto da ricreare un “giardino del paradiso” (come lo definisce la madre) a due passi dall’inferno. I fiori, infatti, sono un elemento centrale del film. Sono l’idilliaco tentativo di rattoppare gli squarci dai quali filtra, ogni volta più potente, l’abisso che non si vuol vedere. Soffocare fino all’ultimo dei rantoli. Coprire la morte con una profumata e colorata coltre. Impedire al tragico spegnersi di milioni di vite di rovinare la scenografia della propria.
Per tutte queste ragioni Rudolf ordina ai suoi sottoposti di non rovinare, in nessun caso e per nessun motivo, i fiori che decorano il confine del campo. Quei fiori sono indispensabili affinché il giardino di casa sia un luogo sicuro per i propri figli, affinché si possa continuare a festeggiare un compleanno, a soffiare su una candela, ad esprimere un desiderio, mentre di là del velo di Maya, le ciminiere continuano a fumare…
Ma dagli squarci il dramma filtra sempre più prepotentemente e, sul finale, i fiori che coprono il male iniziano ad avere sui loro candidi petali sempre più cenere. Il cantiere della morte è ben più pervasivo della scenografia della famiglia Hoss. Poco prima della sua partenza per Berlino, frutto di una promozione ottenuta per aver sempre rispettato gli standard di produzione, il velo inizia a tremolare. Mentre si gode un bagno al fiume insieme ai figli, Rudolf si ritrova tra le mani resti umani, scabrosi scarti di morte che i piccoli Hoss non devono vedere! La responsabilità dell’idìllio domestico è anche sua.
Infatti, sebbene per Rudolf uscire tutte le mattine dai confini del proprio paradiso, valicare le porte dell’inferno e rincasare in serata costituisca la normalità (del male), per gli altri componenti della famiglia, trasferirsi a Berlino significherebbe superare verdi, rigogliosi e confortevoli confini con la certezza di ritrovarsi a guardare l’oscuro abisso che parte della famiglia ha sempre rifuggito o non ha ancora visto nella sua drammatica interezza. Per tale motivo Hedwig chiede a suo marito di convincere i suoi superiori affinché lei e i bambini restino nella zona di interesse.
Giunto nella capitale, Rudolf all’apice della sua carriera, viene incaricato di dirigere l’Aktion Hoss, un’operazione che porta il suo marchio e che prevede la distribuzione di 800.000 ebrei nei diversi campi del Reich. Le giornate a Berlino sono un susseguirsi di ore passate a studiare il modo più efficace per il piano di distribuzione ed eliminazione. Al termine di una delle feste tra pezzi grossi del male, Rudolf è usurato. La sua anima sembra cominciare a somatizzare tutta la sua carriera. In preda al delirio inizia a scrutare ogni angolo dell’edificio in cui lavora. Le allucinazioni gli mostrano il futuro Museo statale di Auschwitz-Birkenau. Il flashforward riprende i collaboratori alla manutenzione intenti a controllare la disposizione di quelle sale museali che avrebbero contribuito alla creazione di quella memoria storica giunta fino ai giorni nostri.
Al termine della pellicola, Glazer fa calare davanti ai nostri occhi un lungo e severo buio. Se è vero, come sosteneva Pavese, che “odiare è ignorare il prossimo, anzi sapere di ignorare il prossimo”, la zona di interesse ci interessa…
Le acque di quel fiume, contaminate di morte, non sono affatto diverse dalle onde del nostro Mediterraneo e i forni tirati a lucido sembrano essere usciti dai musei statali, essersi trasformati, adattati ai tempi e, a due passi dalle nostre domotiche e confortevoli zone d’interesse, “ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la belva umana” (Guccini - Auschwitz).
Mentre scrivo non sono immerso in venticinque ettari, non ho una piscina in giardino, ma mi ritrovo anch’io dietro uno steccato oltre il quale troppo spesso scelgo di non scrutare, di non indagare. Uno steccato fatto di disinformazione, accidia, retorica. Non sono un operatore della morte, non un tecnico della distruzione, non un nazifascista. Eppure i paradisi artificiali di cui consapevolmente mi circondo o di cui inconsapevolmente sono circondato, mi intorpidiscono il cuore e la mente. Evitabilmente o inevitabilmente, nel 2024, mi sento un complice impotente dinanzi alla quotidianità del male…
Mario Martino

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